Una tettona da milking machine

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Era come se ce le avessi avute piazzate davanti agli occhi quelle tettone enormi. Impazzivo all’idea! Milena, la tettona al telefono che si stava occupando di farmi godere a puntino, aveva puntualizzato che le sue erano naturali. Una quarta piena e abbondante.
«Sono la tua vaccona stasera…» aveva aggiunto.

Non era la prima volta che passavo del tempo in linea con questa donna. Mi aveva descritto le sue mammelle così in ogni dettaglio che mi sembrava di conoscerle, di vederle davanti a me mentre se le palpeggiava e spremeva. Sentivo schizzare fuori il latte caldo da un momento all’altro.

Non so nemmeno perché l’idea di ciucciarle mi facesse rizzare il cazzo all’istante. Probabilmente se mi fosse capitato dal vivo di uscire con una milfetta che aveva appena partorito, non le avrei proposto di farmi assaggiare la sua linfa bianca. Ma non so, così, al telefono, senza freni, mi lasciavo andare, pensavo e dicevo cose impossibili.

Anche se lavoravo in banca e passavo la giornata in giacca e cravatta, in quel momento mi ero figurato di essere un contadino che aveva appena varcato la soglia della stalla. Ed eccola lì, in mezzo al fieno, la mia Milena, la mia vacca da monta preferita. La pensavo così, a quattro zampe, con il culo all’insù e magari un bel plug anale con una codina a penzoloni.

Era facile visualizzare la scena perché Milena aveva capito al volo quello che avevo in testa e riempiva di dettagli particolareggiati ogni mio commento.
«Oh, contadino, sei in ritardo e nessuno mi ha munto ancora. Guarda i capezzoli, stanno per esplodere, sono tutti arrossati…». Eccome se le vedevo quelle bocce penzolanti, su quel corpo nudo perfetto.

Ma prima di soddisfarla Milena volevo prendermi qualcosa per me. Lei lo sapeva e mi aspettava con la bocca socchiusa: due labbroni carnosi da mordere, anche se in questo caso era lei che doveva mordere il mio uccello che spingeva dentro la sua bocca grande.
«Succhia, Milena, succhiami fino alle palle…». Lei se lo prendeva tutto il mio cazzone. Le scopavo la faccia con una tale foga che se avessi sborrato l’avrei strozzata. Godi… Godi… perché lei stava godendo tanto quanto me che avevo questo arnese di marmo tra le gambe.

Sesso sfrenato al telefono con una tettona

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Dentro e fuori, dentro e fuori, veloce, velocissimo. Con una mano le tenevo una ciocca di capelli per spingerle il cazzo ancora più in gola. Milena ruotava gli occhi all’insù e io vedevo questa scena fantastica di questa bocca che veniva scopata e sotto le tette enormi che ballano seguendo il tempo della pompa. La vacca mugolava e sembrava non ce la facesse più. Ma io non avevo ancora finito. Le avevo preso la testa con entrambe le mani e avevo spinto ancora di più. Le ero venuto sulla faccia e mi ero fermato osservando lo sperma che le colava sulle guance mentre lei ansimava esausta.

«Ti prego… le mie tette ora…» aveva detto. Io le ero riconoscente e mi ero seduto in uno sgabellino di legno di fianco a lei. Le palpavo le tette con le mie mani grandi ma che a malapena riuscivo ad afferrarle. Mi concentravo inizialmente sui capezzoli, che avevo cominciato a pizzicare. Ero troppo scomodo su quella sediolina. Avevo deciso di mettermi sopra di lei. Piegando la schiena in avanti e la massaggiavo da sopra. Giuro che se non avesse avuto il plug anale, le avei scopato anche il culo.
«Tutta ti voglio, Milena…»
Milena mugolava, muggiva, mi diceva che le facevo male, ma di continuare, di farlo più forte. Più le facevo male e più le piaceva. Aveva dannatamente bisogno che la svuotassi da tutto quel latte che si portava dentro.

Continuavo nel mio lavoro su di lei e il cazzo mi era venuto duro di nuovo. Come potevo fare? Le avevo promesso che l’avrei soddisfatta, che l’avrei lasciata senza una goccia di latte.

Il bello della fantasia al telefono era che si poteva volare ovunque, senza limiti. Per questo mi era venuta in mente la cosa più folle in assoluto: potevo attaccarle una, mungitrice, una milking machine, quelle pompette automatiche che si usano per le mucche nelle industrie. Così un secondo dopo le stavo attaccando alle mammelle quegli aspiratori di latte.

E io? Beh, a quel punto niente mi impediva di entrarle nel culo, già dilatato grazie all’ottimo lavoro del plug anale.